Sono molti i casi in cui un problema ortopedico necessita di una soluzione chirurgica, anche se l’idea di sottoporsi a una serie di procedure che ‘violano’ il proprio corpo non è affatto piacevole. In fondo la mano del chirurgo serve proprio a quello: estirpare il male, agire efficacemente contro qualcosa che sta minando alla salute dell’individuo e impedire così che la patologia minacci il benessere della persona. E nell’immaginario collettivo il chirurgo è tanto più efficace quanto più ‘oltre’ riesce a spingersi, quanto più radicale è il suo gesto.
L’obbiettivo è stare bene, e per stare bene si è disposti a tutto. Ma si può raggiungere l’obbiettivo senza sacrificio?
La risposta è no. In qualsiasi campo, non solo in medicina.
Però possiamo tentare di limitare il sacrificio quanto più possibile per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
In chirurgia il frutto di questo tentativo si chiama mini-invasività.
Invasive, nel linguaggio medico, sono tutte quelle procedure (diagnostiche o terapeutiche) che comportano la penetrazione nei tessuti dell’organismo di fattori modificanti. Un’intervento chirurgico è, per forza di cose, una procedura invasiva.
La mini-invasività consiste nel rendere meno modificante possibile la procedura, senza che questo vada a discapito dell’effetto terapeutico. Quindi un intervento potrà essere sempre più mini-invasivo, ma mai ‘non’ invasivo.
L’ortopedia è una di quelle branche chirurgiche che più di altre hanno raccolto questa sfida. Uno dei motivi principali è che molte procedure hanno l’obbiettivo di migliorare la qualità di vita, più che curare una ‘malattia’ nel senso comune che si dà a questa parola.
Per esempio, un paziente con un’anca artrosica dice di avere l’artrosi all’anca, quasi mai dice di essere malato. I sacrifici che è disposto ad affrontare per questo problema sono sicuramente (e giustamente) molto inferiori rispetto a quelli che affronterebbe se avesse una malattia pericolosa per la sua stessa vita.
Il chirurgo ortopedico sente l’esigenza di venire incontro a questa richiesta e si ingegna per ridurre il disagio quanto più possibile.
L’avvento dell’artroscopia ha fatto da apripista a questo approccio, e ha letteralmente ‘sfondato’ quale metodica di riferimento nella chirurgia intra-articolare (lesioni meniscali, ricostruzioni di legamenti, trattamenti sulla cartilagine, etc.).
Mano a mano questo concetto si è allargato a quelle procedure che sono necessariamente ‘aperte’, come gli interventi di protesi. Oggi si parla di mini-invasività praticamente per tutte le branche ortopediche e traumatologiche, con importanti risvolti sulla pratica quotidiana di molti centri di chirurgia ortopedica.
L’agire in campo ortopedico con il concetto della mini-invasività in testa ha ridotto notevolmente quel sacrificio che deve affrontare il paziente ‘ortopedico’. Si sono ridotti i tempi di ospedalizzazione, il dolore post-operatorio, i tempi di rientro al lavoro e allo sport, i farmaci da utilizzare. La quantità complessiva di cure a cui sottoporsi è notevolmente inferiore quando si ragiona in termini di mini-invasività. Anche il risultato estetico è decisamente migliore.
Non bisogna però lasciarsi ingannare da false credenze.
Prima di tutto, voglio ribadirlo, mini-invasivo non vuol dire ‘non’ invasivo. Un’intervento è, e rimane, una procedura invasiva con tutti i rischi ad essa connessi. I rischi possono essere ridotti tanto da renderla ragionevolmente sicura (talmente tanto da essere a volte meno rischiosa che uscire di casa alla mattina), ma non possono mai essere eliminati del tutto.
Secondo, la mini-invasività è un atteggiamento valido solo se non va a discapito dell’efficacia e della sicurezza della procedura effettuata. Dovrebbe essere scontato, purtroppo non sempre lo è.
Terzo, un intervento non è mini-invasivo solo perché lascia una cicatrice meno evidente, anzi, questo è l’aspetto meno importante. Non si può parlare di mini-invasività se attraverso un forellino si crea una voragine. Quindi la scelta di una chirurgia mini-invasiva, quando questa è possibile, non deve basarsi sugli aspetti più visibili.

Per scendere nello specifico voglio riportare l’esempio della protesi d’anca, una delle procedure ortopediche più diffuse.
Negli ultimi anni l’invasività di questo intervento si è drasticamente ridotta nei centri in cui si applicano i principi della mini-invasività. L’intervento consiste nel sostituire le superfici articolari dell’anca con materiali artificiali. Va da sé che si tratta di una procedura inevitabilmente gravata da una quota rilevante di invasività. Una chirurgia mini-invasiva in questo caso è una chirurgia che, in ordine di importanza:
- Risparmia quanto più tessuto osseo possibile
- Utilizza un accesso chirurgico rispettoso dei tessuti che circondano l’articolazione (muscoli, tendini, legamenti)
- Limita l’esposizione dei tessuti sottocutanei
- Si avvale di incisioni cutanee ridotte di dimensioni
I punti descritti sono elencati in ordine di importanza. Per tanto, una procedura chirurgica che viene condotta in modo tradizionale ma che prevede l’uso di una protesi a risparmio osseo può essere considerata meno invasiva di una procedura che si avvale di miniincisioni (cutanee) ma che utilizza protesi di tipo tradizionale non progetatte per risparmiare quanto piú osso possibile. Per contro, la procedura che rispetta appieno i criteri di mini-invasivitá è quella che soddisfa tutti i punti citati, a partire dal primo.
Insomma, il più delle volte in ortopedia come nella vita l’essenziale é invisibile agli occhi!
Purtroppo non sempre questo tipo di approccio è possibile. Fattori anatomici, patologie preesistenti, pregressi traumi possono richiedere una chirurgia di tipo convenzionale, a beneficio di una maggiore sicurezza.
La scelta di una chirurgia mini-invasiva, quindi, deve sempre tenere conto del contesto clinico nel suo insieme e i vari aspetti andrebbero discussi con il proprio ortopedico di fiducia.


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