Il tendine è tutto quell’insieme di fibre che permette ai muscoli di fissare le proprie estremità ad un osso (o alla pelle) consentendo all’apparato contrattile di svolgere le sue funzioni. I tendini, cioè, sono quelle ‘corde’ che collegano i muscoli alle ossa. Sono forti e resistenti, capaci di sopportare movimenti ciclici per decenni, ma pur sempre deteriorabili. E come le corde, a furia di tirarli si possono rompere.

A un certo punto dell’evoluzione i progenitori dell’homo sapiens si sono messi in piedi, gettando i presupposti per la nascita del genere umano e della civiltà. La posizione eretta consentì il pieno uso delle mani e lo sviluppo delle attività cerebrali connesse. Un millennio dopo l’altro l’evoluzione ci ha fatto intelligenti e ha plasmato l’essere meraviglioso che è l’Uomo.
Mettersi in piedi però è stata contemporaneamente una gran fregatura! Intendo dal punto di vista ortopedico.
Per mantenere la posizione eretta i nostri antenati hanno dovuto sviluppare i potenti muscoli delle gambe e delle cosce e adattarli a svolgere un lavoro costante senza fatica. La muscolatura degli arti superiori si è contemporaneamente evoluta per sostenerli contro la forza di gravità e renderli allo stesso tempo utili e funzionali. A trasmettere queste tensioni notevoli ci sono i tendini, che la natura ha plasmato in modo tale da non essere troppo voluminosi per non ostacolare quegli stessi movimenti che essi consentono. Questo compromesso tra forza e snellezza ne fa, negli anni, strutture suscettibili di lesioni e patologie di vario genere.
Quando non si rompono, possono comunque rovinarsi. Possono infiammarsi sotto l’azione di un’usura lenta e costante, e dare segno di sé con ‘il sintomo’ per eccellenza: il dolore.
Il tendine d’Achille ne è l’esempio più chiaro, non a caso è ritenuto un punto debole del corpo umano fin dalla mitologia antica.
La ninfa Teti, la più bella delle Nereidi, figlie dei mari, immerse il figlio nelle acque del fiume Stige, così che divenisse invulnerabile. Per l’immersione , la madre dovette tenerlo per il tallone, che rimase scoperto; fu così l’unica parte vulnerabile; Achille fu ucciso dal troiano Paride, colpendolo con una freccia al tallone.
Il tendine d’Achille è ‘la corda’ tesa tra i forti muscoli del polpaccio e il calcagno. Ha un’importante funzione anti-gravitaria ed è costantemente in tensione durante la stazione eretta, la deambulazione e la corsa. Tutto il peso del corpo esercita una trazione costante su di esso.
A volte la trazione è tale da superare la soglia di resistenza delle fibre che lo compongono e provocare dei microtraumi all’interno della struttura del tendine. I microtraumi ripetuti nel tempo possono logorare il tendine e indebolirlo al punto tale da farlo cedere in situazioni apparentemente normali, come scendere un gradino o fare una corsa per non perdere l’autobus.
La sensazione di una rottura del tendine d’Achille è quella di un dolore trafittivo dietro il calcagno. Nell’immediato camminare può risultare molto difficoltoso, a volte impossibile. Solo in alcuni casi, in particolare in età avanzata e nei casi di ridotta capacità motoria, i sintomi possono essere di lieve entità e passare inosservati. Spesso non ci sono sintomi prima nel periodo antecedente la rottura.

L’ecografia è l’esame più semplice e indicato per la diagnosi di queste lesioni, in rari casi può essere utile approfondire lo studio con la risonanza magnetica.
Nel soggetto attivo una lesione completa del tendine d’Achille richiede la ricostruzione chirurgica e un periodo di immobilizzazione intorno alle 4 settimane. Oggi le tecniche chirurgiche percutanee (cioè quelle che si avvalgono di mini-incisioni) stanno prendendo il sopravvento su quelle cosiddette ‘aperte’, con tutti i vantaggi ad esse correlati. In alcuni casi il tipo di lesione può richiedere comunque una tecnica a cielo aperto, come nei casi in cui il tendine si disinserisce direttamente dall’osso.
Situazioni simili si possono verificare anche per altri tendini come il tendine del muscolo bicipite, il tendine rotuleo e il tendine quadricipitale. I sintomi sono grosso modo analoghi, salvo per il fatto che le zone colpite sono diverse e il trattamento è quasi sempre chirurgico nel soggetto attivo.
A volte i tendini riescono a resistere nel tempo al sovraccarico, ma a prezzo di una continua alterazione e perdita di qualitá. Ovvero le microlesioni che si generano nel tempo possono andare incontro a guarigione spontanea, anche se il loro accumularsi altera la struttura stessa del tendine e la sua ‘salute’. In questi casi si parla di tendinopatie croniche (o tendinopatie degenerative) e il sintomo principale è appunto il dolore. Un dolore diverso da quella di una rottura, un dolore continuo e sordo con degli episodi di riacutizzazione spesso successiva a un periodo di sovrautilizzo. Una tendinopatia cronica non esclude che il tendine possa rompersi sotto l’azione di una forza sufficiente, ma la rottura non è affatto la sua evoluzione naturale.
Ancora una volta il tendine più colpito è il tendine d’Achille. Altri tedini colpiti sono gli estensori del polso e delle dita (responsabile della nota epicondilite o ‘gomito del tennista’), i tendini della cuffia dei rotatori della spalla, il tendine rotuleo.
I sintomi possono variare di intensità e modalità di presentazione e, in alcuni casi, essere invalidanti.
L’ecografia è ancora una volta l’esame di prima scelta, anche se per un maggior dettaglio è spesso necessaria la risonanza magnetica.
Il trattamento di queste patologie è oggetto di un apertissimo dibattito nella comunità scientifica, stimolato dall’introduzione di nuove metodiche la cui validazione è tuttora in corso.
I punti su cui c’è comune accordo sono:
- limitare l’attività fisica che sovraccarica la zona interessata (per esempio la corsa per le teninopatie del tendine d’Achille)
- seguire un programma di esercizi di stretching e di lavoro muscolare cosiddetto ‘eccentrico’
- associare una terapia fisica come le sedute di ultrasuoni (a volte le onde d’urto)
- utilizzare tutori o plantari dedicati.

Molti ortopedici consigliano la terapia infiltrativa. Il dibattito ancora aperto è su ‘cosa’ infiltrare. Per anni le sostanze di riferimento sono state i cortisonici. Recentemente si è posto l’accento sul possibile effetto dannoso che essi possono avere a lungo termine, per cui si è generalmente d’accordo sul fatto che non bisognerebbe abusarne.
Una sostanza che sta avendo una diffusione sempre maggiore è il PRP (plasma ricco di piastrine). Un centrifugato del sangue del paziente che isola la parte di sangue che contiene piastrine e fattori di crescita. I risultati sembrano promettenti ma non ci sono ancora studi che ne provino incontrovertibilmente l’efficacia in confronto ai trattamenti tradizionali.
Numerose altre sostanze sono state usate nel tempo e vengono tuttora utilizzate nei vari centri, per esempio: acido ialuronico, ozono, soluzioni a base di glucosio e tante altre.
La conclusione che si può facilmente trarre è che se ce ne fosse una veramente e definitivamente efficace non verrebbero utilizzate tutte le altre. Ahimè così non è: il trattamento di queste patologie è purtroppo gravato da un’elevata percentuale di insuccessi.
Quando le terapie mediche non funzionano si ricorre alla chirurgia. Il primo compito della chirurgia dovrebbe essere quello di correggere le deformità, quando ci sono, che possono aver provocato o contribuito all’insorgenza della tendinopatia. In seconda istanza trattare direttamente il tendine degenerato asportandone le zone di più rovinate (tessuto necrotico) ed effettuando delle incisioni sulle restanti zone per favorirne l’apporto sanguigno. A questo si possono associare dei trattamenti intraoperatori con le radiofrequenze (per esempio nelle epicondiliti). I risultati sono spesso soddisfacenti (le varie casistiche oscillano per lo più tra il 50% e l’80% di risultati positivi). Ma resta una quota significativa di tendinopatie croniche che resistono anche al trattamento chirurgico.
Nell’attesa che la ricerca ci dia soluzioni più soddisfacenti, un modo per incrementare le probabilità di successo delle terapie attuali è sicuramente quello di sottoporsi precocemente alle visite specialistiche e alle indagini diagnostiche necessarie ed iniziare le cure prima che la patologia sia troppo avanzata. Le fasi iniziali sono infatti quelle che regrediscono più facilmente con i trattamenti tradizionali e di comprovata efficacia.
Prima di sottoporsi a qualunque trattamento non convenzionale bisognerebbe approfondire con il proprio ortopedico di fiducia quali sono gli obbiettivi realisticamente raggiungibili e le probabilità di successo, nonché l’esperienza del centro in materia.


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